venerdì 21 Febbraio 2020

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Tivoli II- Tivoli centro“- A. Baccelli”- a.s.2019/2020

Un viaggio nel futuro

Sono le undici e un quarto di sera e mi sto recando a letto. Sono molto stanca, perciò mi addormento subito. Al mio risveglio noto che qualcosa non quadra. Mi guardo intorno: questa non è la mia camera. O almeno, lo è, ma è completamente diversa da quella che ho visto fino a ieri sera. Prendo il telefono per spegnere la veglia che ha appena interrotto il mio profondissimo sonno e quando accendo lo schermo, sobbalzo per la paura. Segna la data del 22 Marzo 2173. Cos’è successo, ho viaggiato nel tempo e sono arrivata nel futuro? Corro in cucina per fare colazione e cercare i miei genitori per chieder loro una spiegazione. Mi guardano come se niente fosse. Dicono che secondo loro ho preso una botta in testa che mi ha fatto svalvolare il cervello. “Siamo nel 2173 tesoro, cosa ci trovi di strano?” mi chiede mia madre. No, infatti, non c’è nulla di strano, ieri sera eravamo “solo” nel 2018. Guardo l’orologio appeso al muro della cucina per non tardare a scuola, ma è cambiato anche quello! Al posto del vecchio orologio con i numeri romani adesso è presente un gigantesco schermo nero, che sembra quasi una TV, ma è leggermente più piccolo. Chiedo a mio padre cosa sia quell’oggetto; lui risponde che è un “segna ore”. “Un orologio, quindi?” “Ma come parli? Così lo chiamavano gli antenati dei miei antenati, adesso viene chiamato segna ore.” “Be’ se è un segna ore allora perché non fa il suo lavoro? Non c’è nessun numero su quell’aggeggio” dico io. “Glielo hai chiesto?” Rimango esterrefatta da ciò che ha appena detto mia madre. Forse sono impazziti loro, non io. Dovrei seriamente chiedere al “segna ore” o come hanno deciso di chiamarlo, di dirmi l’ora? Vedendo la mia faccia perplessa i miei si rivolgono all’orologio parlandogli. “G, vorrei sapere l’ora  per favore.” Il segna ore si accende illuminandosi: “Sono le sette e quarantacinque, mia signora” risponde, e si spegne. Resto a bocca aperta. I miei pensano che io abbia la febbre e vogliono tenermi a casa, ma decido ugualmente di andare a scuola. Mentre sono per  strada penso a tutte le cose accadute questa mattina e arrivo a fare il punto della situazione. Come ho fatto ad essere così ingenua? È ovvio! Mi stanno facendo uno scherzo. Mentre dormivo avranno fatto delle modifiche nella mia camera e in tutta la casa. Ah, ma cosa dico? Per quanto vorrei fosse uno scherzo, non penso lo sia. E ne sono certa, perché quasi non sanno neanche cosa sia un cellulare, figuriamoci se possono aver  cambiato la data sul dispositivo. Sono immersa nei miei pensieri e nella musica che ascolto nelle cuffiette, quando ad un tratto alzo lo sguardo e vedo decine di grattacieli che svettano nel cielo, grattacieli che fino a ieri non esistevano. Mah, sarò davvero io che sto dando di matto. Un ragazzo vedendo il mio telefono urla: “Ehi! Quella ha un vecchissimo modello di cellulare!” In men che non si dica arrivano da tutte le parti giornalisti che mi chiedono dove lo abbia preso e mi scattano foto. Io non so davvero che dire. Una giornalista di avvicina a me: “Quel telefono è del XXI secolo, varrà una fortuna!” Mi spavento per via di una mano che mi afferra il braccio e mi trascina via correndo, poi mi tranquillizzo, vedendo che si tratta di Noemi, la mia migliore amica. “Noe, che ci fai tu qui? Te ne sei accorta anche tu? Siamo nel 2173!” “Ti senti bene? Dove vuoi che stiamo, scusa?” mi risponde ridendo. Qua allora sono tutti impazziti, i miei genitori non mi hanno fatto uno scherzo. È tutto così strano, mi sento oppressa da questo mondo che mi sembra una realtà parallela da cui vorrei solo scappare ed andare via. Noemi comincia anche lei a chiedermi del mio “vecchissimo cellulare” ma io continuo a ripeterle che non è così. Una volta arrivate a scuola il cancello è chiuso, nonostante si sentano delle voci provenire dall’interno. Chiedo a Noemi cosa sia successo, e lei con tranquillità si avvicina al cancello, digitando un codice su una tastiera nascosta. Penso che non ci possa essere persona più stupita di me, in questo momento, date tutte le circostanze. Arriviamo in classe: soliti compagni, soliti banchi, solita lavagna multimediale, nulla di strano qui. Io e Noemi ci affrettiamo a sederci ai nostri posti prima che arrivi il professore. Appena la porta si apre non riesco a non farmi scappare un urlo. Un robot di altezza umana mi guarda basito.”Signorina, cosa succede, ha per caso visto una navicella spaziale atterrare nella classe? Non credo proprio, perciò non si scandalizzi troppo. Seduti ragazzi.” Dice con voce metallica, la tipica di un robot. A questo punto non so davvero cos’altro aspettarmi. Noemi cerca di chiedermi spiegazioni della mia reazione, ma sono troppo concentrata nell’osservare quel robot, a quanto pare nostro insegnante, ed ogni suo singolo gesto. Poi quella battuta che ha fatto sulle navicella spaziali … mica l’ho capita, io. Penso seriamente che dovrò abituarmi a queste situazioni sorprendenti. Sto impazzendo. Non riesco a capire più niente e chiedo di andare in bagno per schiarirmi un po’ le idee. Faccio per sciacquarmi il viso con dell’acqua fresca, ma il rubinetto non c’è. Perfetto, ci mancava solo questo. “Cosa dovrei fare ora, chiedere di far scorrere l’acqua?” penso ad alta voce. Il getto scaturisce e inizia ad uscirne ciò che desideravo. Per quanto assurda mi sembri questa situazione, mi piace scoprire un mondo nuovo. Nuovo, per modo di dire; a quanto pare sono qui da dodici anni, o almeno è ciò che dice chi mi sta intorno. Tornando in classe guardo fuori dalle finestre che ci sono nel corridoio. Questi grattacieli mi danno un senso di disorientamento. Preferivo la città com’era prima, anzi, ieri. Torno in classe con un po’ di nostalgia della mia “vecchia vita”. Questa tecnologia è davvero molto avanzata, hanno inventato perfino i robot! Di sicuro non avrei mai immaginato le mie professoresse e i miei professori rimpiazzati da oggetti tecnologici che parlano come loro. Le ore di lezione successive trascorrono in modo abbastanza consueto rispetto al resto della giornata. Al suono dell’ultima campanella mi sbrigo ad uscire, stavolta decido di prendere l’autobus. La fermata dove lo aspetto sempre però è scomparsa. Chiedo informazioni ad un’anziana signora, la quale mi risponde che ormai, alla mia età, dovrei sapere che gli autobus non esistono da molti anni. “Ragazzina, sembri venire dal passato.” La signora ha ragione, vengo dal passato, ma come ho fatto? Poi io non ci scherzerei molto, beata lei che ci ride sopra. Ad un certo punto mi viene un dubbio esistenziale. E se avessi veramente viaggiato nel tempo?!  “Mi scusi l’ignoranza, signora, ma hanno inventato la macchina del tempo?” chiedo all’anziana. Inizia a ridere di gusto. “Mi dispiace ma no, cara. Sì, la tecnologia si è sviluppata tantissimo, ma non fino a questo punto.” Rimango leggermente delusa. Hanno creato un inutile “segna ore” quando esisteva l’orologio, ma non hanno inventato la macchina del tempo? Mah. “Però se vuoi c’è il teletrasporto. Non ti fa viaggiare nel tempo, ma è sicuramente più veloce dell’autobus.” “Va bene, grazie mille, andrò a piedi. Meglio non entrare in contatto anche con il teletrasporto, chissà che fine farei!” “Hai un’aria davvero diversa dalle tue coetanee, ragazzina. Sei … come dire: strana?” “Be’, anche questo mondo è molto strano. Voi tutti siete strani!” urlo per farmi sentire da tutti e poi scappare verso casa mia. Voglio tornare alla mia vera casa, voglio tornare alla quotidianità di prima. Una volta a “casa”, corro in camera “mia” salutando a malapena i miei, o chi sono realmente. Mi sembra tutto una finzione, tutto così irreale, ma purtroppo non lo è. Poco dopo mia madre entra nella mia stanza, chiedendomi se va tutto bene. Accenno leggermente un sì con la testa. Mi scende qualche lacrima e invano tento di nascondergliela. “Cosa c’è?” “Nulla” rispondo fredda. “Scusa mamma, non ce l’ho con te, oggi mi sento particolarmente strana. Mi stupisco per qualsiasi cosa accada, eppure sono qui da dodici anni, giusto?” “Sì, ammetto che sei davvero strana oggi. Mi spieghi dove hai preso quel cellulare? L’hai rubato?” “No, mamma! Ma cosa dici? Me l’hai regalato tu a Natale. Almeno questa festività esiste ancora?” “Certo che esiste! Senti, forse è meglio se riposi un po’, che ne dici?” “Non mi va. Vado a farmi un giro. A dopo.” “Sì, ma non fare tardi, che stasera L ti fa il tuo piatto preferito! “Prima G, ora L? E chi è? Anzi, guarda, me lo dici dopo, non voglio saperne nulla adesso.” Esco di casa e mi incammino senza una direzione precisa. Vorrei scappare, ma per andare dove? È come cambiare cella, resta il fatto che sei in prigione. Verso sera sono costretta a tornare a casa perché inizia a fare freddo. “Sono tornata.” Eccoti. Stai meglio?” mi chiede mio padre. “Sì.” Mento. Insieme ceniamo. A quanto pare L è una specie di macchina che produce tutte le pietanze che vuoi. Non è male, mi piace. Per la stanchezza decido di andare subito a dormire. Prima di recarmi a letto dico a mia madre, scherzando ovviamente, se poi mi può comprare un nuovo telefono visto che  quello che ho è del XXI secolo. I miei mi sorridono e mi danno la buonanotte. Questa giornata è stata molto lunga, e forse la più strana di tutta la mia vita. Pensando a tutti i fatti accaduti oggi mi addormento. Il risveglio è molto movimentato. Apro gli occhi e vedo mia madre che mi scuote ripetutamente. “Mamma, piano, che ti prende?” “Tesoro, stavi sudando e parlando nel sonno e ho provato a svegliarti. Hai per caso fatto un incubo?” “Non lo so, forse. Comunque, che cellulare pensi di comprarmi, poi?” dico sempre scherzando. “Sicura che vada tutto bene? Hai uno degli ultimi modelli, non ti basta?” “Ma ieri mi hai detto che…” “Non provare a corrompermi a corrompermi. Dai, adesso preparati che ti faccio la colazione e poi vai a scuola. Ti ho comprato il biglietto dell’autobus almeno non fai tardi. Va bene?” Non rispondo e mia madre va in cucina. Dov’è finita la macchina del cibo L? La storia dell’autobus? E poi ero io la strana. Mi alzo e la mia stanza è tornata com’era prima della stramba giornata di ieri. Prendo il mio telefono e per poco non lo lancio dalla finestra. Adesso la data è 22 Marzo 2018. Corro in cucina e vedendo che “G” e “L” non ci sono più, sorrido come un’ebete. “Era… era un sogno.” Dico io a bassa voce. “Cosa era un sogno?” mi chiede mio padre. “Niente.” Rido. Sono troppo felice. Sì, un po’ mi manca la nuova tecnologia, ma è bellissimo essere tornata a casa nella realtà. Però, ho il privilegio di aver visto il futuro, più o meno. Chissà, forse nel 2173 davvero esisteranno robot, macchinari tecnologici più avanzati e navicelle spaziali!

GIULIA BIMONTE III F