venerdì 21 Febbraio 2020

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Tivoli II- Tivoli centro“- A. Baccelli”- a.s.2019/2020

Anti-fake News

Il Manifesto della comunicazione non ostile è una carta che elenca 10 principi di stile utile a migliorare lo stile e il comportamento di chi sta in Rete. Il manifesto è un impegno di Responsabilità condivisa.Vuole favorire comportamenti civili e rispettosi.

https://paroleostili.it/manifesto/

COSA SONO E DOVE SI DIFFONDONO

“Fake news” è stata la parola intitolata nel 2017 word of the year dal celebre Collins Dictionary, testimoniando in questo modo non solo l’incredibile aumento dell’uso e quindi dell’interesse verso questo tema da parte degli utenti nel web (per capirne l’importanza, se si cerca “fake news” su Google, il motore di ricerca ci restituisce oltre 1.510.000.000 risultati che contengono a diverso titolo questo termine) ma è soprattutto il ritratto simbolico di un tema divenuto ormai centrale nel mondo dell’informazione contemporaneo. Sempre il Collins Dictionary definisce la fake news una “informazione falsa, spesso sensazionale, diffusa sotto le spoglie di una notizia di informazione”. Per dare un’idea, una fake news si può paragonare al celebre cavallo di Troia perché attira i lettori con titoli ingannevoli ma il contenuto della notizia poi si rivela essere diverso. Il vocabolario Treccani, invece, definisce la fake news come una “locuzione inglese entrata in uso nel primo decennio del XXI secolo per designare un’informazione in parte o del tutto non corrispondente al vero, divulgata attraverso il Web, i media o le tecnologie digitali di comunicazione, e caratterizzata da un’apparente verità. Corrispondente grosso modo all’italiano bufala, il neologismo ha conosciuto amplissima diffusione a partire dal 2016”.
Il web è inevitabilmente il principale canale di diffusione di fake news, poiché è utilizzato da moltissime persone al giorno e poiché registra numeri più elevati di durata media (giorni consecutivi in cui una notizia registra almeno una ricorrenza) e presenza effettiva (giorni, non consecutivi, in cui si registra almeno una ricorrenza). Una notizia su internet ha una durata di 25 giorni e una presenza di 15 mentre sui quotidiani la durata è di 24 e la presenza di 12. La notizia che appare sul web è poi ripresa, spesso senza adeguate verifiche delle fonti, dagli altri media, generando così un effetto valanga che contribuisce alla diffusione della fake news. Specialmente nei social network le fake news hanno terreno fertile, in quanto le persone, anche involontariamente, condividono spesso informazioni inaccurate e false. Secondo una ricerca effettuata in modo congiunto dalle università di New York e Princeton a far girare maggiormente la bufale sono gli over 65. Coloro i quali hanno superato i 65 anni diffondono infatti le fake news con una incidenza 7 volte superiore a quella delle altre fasce d’età. A contribuire alla diffusione di notizie false sono anche le reti di bot e i troll. I bot sono software (programmi) sviluppati per eseguire azioni automaticamente senza bisogno dell’intervento umano. Nel caso delle fake news, i bot sono programmati per postare messaggi di spam e notizie false soprattutto sui social network nei post di account che godono di grande visibilità, come quelli di aziende o di persone famose. I troll sono invece coloro che intervengono all’interno di una comunità virtuale in modo provocatorio, offensivo o insensato al solo scopo di disturbare le normali interazioni tra gli utenti e seminare caos e confusione. Spesso per fare questo il troll diffonde appunto fake news.

Anche gli altri mezzi d’informazione sono canali privilegiati della disinformazione. Esistono infatti libri dai titoli sensazionali che attirano le persone promettendo ad esempio facili guadagni, fama ecc… e presentano invece al loro interno una serie di notizie totalmente false, frammentarie o confusionarie. Anche i giornali, si pensi ad esempio alle riviste scandalistiche, a volte attirano i lettori promettendo notizie sensazionali che poi però si rivelano spesso false o esagerate. Le radio, soprattutto in alcune stazioni amatoriali, ma non solo, possono diffondere fake news legate per esempio a questioni pseudoscientifiche o a temi complottistici mentre in televisione sono mostrati vari programmi che diffondono notizie false negli ambiti più disparati, dalla politica alla scienza, dal gossip alle teorie del complotto.
Gioele De Santis e Danilo Alari, classe III E

Come si diffondono le fake news?

Le fake news si possono diffondere in diversi modi. A tal proposito la giornalista Claire Wardle, direttrice di First Draft, un progetto non-profit fondato da Google, Facebook, Twitter e altre compagnie dedicato a combattere la disinformazione, ha individuato sette modi attraverso cui si diffondono le bufale. Il primo modo è chiamato collegamento ingannevole e si ha quando titoli, immagini o didascalie differiscono dal contenuto. E’ il caso del fenomeno chiamato click-bait (letteralmente “esca da click”). Il click-bait è diffuso soprattutto sui social-media come ad esempio Instagram, Facebook, Twitter e siti come YouTube. Si tratta di una tecnica pseudo giornalistica che prevede l’uso di titoli sensazionali e immagini in evidenza incredibili o assurde, create apposta per colpire e catturare l’attenzione del lettore senza rispecchiare il reale contenuto dell’articolo o del messaggio, dando modo al lettore di farsi un’idea sbagliata sul reale contenuto del post e portandolo a cliccare ed aprire la notizia per garantire una grande crescita di visualizzazioni e quindi guadagno. Un altro di questi modi è il contenuto ingannatore, cioè quando il contenuto di una notizia viene spacciato come proveniente da fonti affidabili ma che invece sono false, inesistenti oppure non credibili. Questo è diffuso per esempio nei giornali online che diffondono fake news fingendosi, nel nome, giornali autorevoli come il “Giomale” (anziché Giornale) “la Rebubblica” (anziché Repubblica) o “Il Fatto Quotidaino” invece che “Il Fatto Quotidiano”.

Esempio di fonte falsa.

Fonte autentica.

Nell’immagine in alto ci accorgiamo che la notizia è falsa in quanto la sua fonte, evidenziata in rosso, è ingannevole: si tratta infatti di “ilgiomale” e non di “il Giornale”, che invece è una fonte autentica.
Il terzo modo di fare disinformazione è denominato contenuto falso al 100%: in questo caso il contenuto è completamente falso e costruito appositamente per trarre in inganno.

La notizia qui sopra è assolutamente falsa in quanto, nonostante in quel periodo ci fu un attentato terroristico in Russia senza alcun coinvolgimento da parte degli Stati Uniti, non ci fu assolutamente alcun accenno all’inizio di una guerra. Da notare, inoltre, che il nome della fonte (“fatto quotidaino” anziché “fatto quotidiano”) ci può far comprendere immediatamente la falsità dell’articolo.
Il modo denominato contenuto manipolatore si ha invece quando un’immagine reale o un’informazione viene manipolata per trarre in inganno. Vi sono diversi software con cui manipolare un contenuto tra cui il famosissimo Adobe Photoshop, un programma a pagamento disponibile anche su dispositivi mobili, utilizzato appunto per modificare foto e video.

Esempio di contenuto manipolato con Photoshop. La giraffa è chiaramente modificata.

Bisogna stare molto attenti quando si naviga sui social poiché ci sono moltissimi utenti i quali grazie a Photoshop pubblicano foto ingannevoli spesso usate anche per notizie false. Ad esempio c’è il profilo Instagram di un pilota d’aerei, chiamato @Pilotganso, che tra le sue foto ne ha pubblicate anche alcune evidentemente manipolate che hanno spopolato sul web e hanno generato diverse fake news.

Nella manipolazione della satira invece si rielabora il contenuto satirico sotto forma di notizia e lo si utilizza per trarre in inganno. Per satira si intende l’insieme di componimenti, poesie, vignette che rappresentano in maniera ironica e divertente aspetti della vita sociale, persone famose e soprattutto fatti politici. Mentre il contenuto satirico ha il solo scopo di intrattenere la gente, la satira manipolata invece nasconde la sua natura scherzosa per far credere al lettore che la notizia riportata sia vera. Lercio.it è il sito più famoso dove si trovano notizie create attraverso la rielaborazione di contenuti satirici.

In questa immagine vediamo come un contenuto satirico (in cui si ironizza sul tristemente noto problema dei rifiuti a Roma) viene rielaborato in modo tale da sembrare una notizia vera.
Con contenuto fuorviante si indica invece una notizia vera accompagnata però da informazioni false inserite appositamente per cambiare l’opinione delle persone. La pubblicità è il mezzo principale attraverso cui si creano contenuti fuorvianti: lo scopo principale di chi fa pubblicità infatti è convincere il maggior numero di persone ad acquistare un prodotto e spesso per fare questo si utilizzano informazioni ingannevoli o esagerate.
Il settimo e ultimo modo di fare disinformazione individuato da Claire Wardle è definito contesto ingannevole. Anche in questo caso si parte da una notizia vera che però si “farcisce” con informazioni contestuali false o vere ma utilizzate in un ambiente diverso da quello originario.

Giulia Tricca, Ginevra Tricca, Emiliana Frezza, Damiano Severoni, Alessandro Rossetti, Emanuele Ferrante IIID
Danilo Alari, Gioele De Santis, Gabriele Proietti IIIE Lorenzo Alari IIE

FAKE NEWS NELLA STORIA: IL MOSTRO DI LOCH NESS

Le fake news sono diffuse fin dall’antichità, addirittura dai tempi degli  antichi Egizi. Per esempio il faraone Ramses II disse di aver vinto la battaglia di Qadesh contro gli Ittiti nel 1275 a.C. uccidendo personalmente migliaia di soldati e facendosi raffigurare come un dio quando invece la battaglia si concluse con un trattato di pace. Nel corso dei secoli si susseguirono moltissime altre fake news fino ad arrivare al 565 d.C. quando nacque la leggenda del mostro di Loch Ness. Secondo questa leggenda San Colombano durante uno dei suoi viaggi arrivò sulle rive del lago e chiese ad uno dei suoi amici di andare a prendere una barca ormeggiata sulla riva opposta nonostante vide alcuni indigeni che seppellivano un uomo ucciso da un mostro gigantesco. L’amico di San Colombano era quasi arrivato alla barca quando incontrò il mostro che usciva dalle acque ruggendo spaventosamente. Allora San Colombano scacciò con l’aiuto divino il mostro che fuggì terrorizzato come se fosse stato trainato da corde invisibili. Da quel momento in poi ci sono stati moltissimi altri avvistamenti e addirittura per molte generazioni ai bambini era proibito giocare vicino alle acque del lago scozzese. Gli avvistamenti continuarono fino al Novecento, quando furono pubblicate diverse immagini e video.
La prima immagine risale al 1933 e fu scattata dall’operaio Hugh Gray, il quale sostenne di aver visto il mostro in movimento sulla superficie del lago.

Secondo l’autore, come vediamo dalla riproduzione in basso, questa immagine raffigurerebbe una sorta di rettile dal corpo allungato munito di spine dorsali e piccole zampe palmate, assai diverso da come è immaginato tradizionalmente dalla società.

In realtà la foto non rappresentava il mostro ma bensì un cigno intento a pescare con la testa immersa nelle acque del lago. E’ la sfocatura dell’immagine che porta la gente a credere che si tratti di qualcosa di molto diverso da quello che è veramente.

La seconda foto risale al 1934, fu scattata dal chirurgo Robert Kenneth Wilson e per questo è passata alla storia come “la foto del chirurgo”.

Dopo tante analisi si scoprì che questa foto era falsa in quanto raffigurava un piccolo sottomarino giocattolo. Infatti si notano le funi utilizzate per muoverlo e le onde sono troppo piccole per giustificare la presenza di un mostro gigante. Lo stesso Robert Kenneth Wilson sessant’anni dopo ammise che era un falso e che si trattava di un sottomarino giocattolo costruito da suo figlio.


Riproduzione fedele del sottomarino giocattolo utilizzato dal chirurgo per la sua foto.

La terza foto è stata scattata dal boscaiolo Lachlan Stuart nel 1951 intorno alle 6:30 e secondo l’autore dovrebbe ritrarre le gobbe del mostro

In realtà, come si nota nell’angolo in alto a destra, il sole spunta dalla collina e poiché la macchina fotografica punta a ovest si tratta di una scena serale. Le gobbe inoltre non sono allineate. Lo stesso Lachlan Stuart ammise più tardi che in realtà le gobbe erano delle balle di fieno avvolte in un telo nero. Raccontò che era andato da un suo amico fattore per comprare un cavallo ma che alla fine ci ripensò e andò comunque con il suo amico a vedere le balle di fieno che erano state posizionate da questo in riva al lago. Fu allora che ebbero l’idea di metterle nel lago e di scattare la foto.

Il 16 Giugno 1960 nel settimanale scozzese “Weekly Scotsman” fu pubblicata una nuova foto che secondo i giornalisti ritraeva senza dubbio il mostro di Loch Ness. L’autore, un certo Peter O’Connor, sosteneva di aver visto il mostro e di averlo fotografato mentre nuotava. Secondo lui nella foto si nota soprattutto una delle gobbe e la testa. In realtà, come lo stesso O’Connor ammise cinquant’anni dopo, si trattava del suo kayak capovolto e di alcuni sacchetti sistemati strategicamente. Ad un’analisi approfondita infatti si notano le scanalature tipiche della struttura di una imbarcazione e soprattutto il supporto per il timone presente all’estremità. Nell’immagine seguente si può vedere il kayak originale utilizzato da O’Connor per la foto con la freccia che indica proprio il supporto per il timone.

Negli anni successivi ci sono stati altri avvistamenti e nonostante le storie si rilevassero sempre false ci sono ancora tante persone che ci credono tra cui uno in particolare…

Ludovica Bizzoschi e Bianca Di Pirro IE Mattia Petrini ID
Lorenzo Baisi e Valerio Ascani IA Valerio Verga IF
Lorenzo Alari IIE
Illustrazione a destra di Amir Ajellal IH

FAKE NEWS NELLA STORIA: IL MOSTRO DI LOCH NESS  

                                    PARTE II

Negli anni Settanta ci sono stati numerosi altri avvistamenti del nostro celebre mostro. Nel 1977 divenne famosa la foto dello showman Anthony ‘Doc’ Shiels che ritrae il collo allungato e la testa del mostro che fuoriesce dalle acque del lago.

Questa immagine ovviamente è falsa e lo si può notare a prima vista dalle acque troppo placide e dalla rigidità della creatura marina, tant’è che venne soprannominata “The Loch Ness Puppet” cioè “Il Pupazzo di Loch Ness”.

Due anni prima, tuttavia, si diffusero due foto del mostro che rimasero avvolte da un alone di mistero. Queste furono scattate dall’accademia di scienze applicate e raffiguravano quella che sembrava essere la pinna del mostro e il corpo nella sua interezza.

Il mistero di queste due foto continuò addirittura fino al 2016 quando il signor Adrian Shine, mentre scandagliava il fondale del lago con un radar, si accorse che sullo schermo appariva clamorosamente la foto riproduzione del mostro.

L’immagine arrivò addirittura al telegiornale della BBC, dove venne annunciato che finalmente era stato trovato il mostro di Loch Ness. Sfortunatamente però si trattava di un modello cinematografico che era stato usato per il film “Vita privata di Sherlock Holmes” rilasciato nel cinema il 1970 e che era affondato nelle profondità del lago a seguito del tentativo del regista di modificarne la struttura. In seguito il modello non fu mai recuperato dal regista ed ancora oggi rimane intrappolato nelle più oscure profondità del lago.


Questa è una scena del film con il mostro che attacca la barca.

Nonostante tutte queste immagini si siano rivelate false, ci sono ancora delle persone che credono all’esistenza di questo mostro.In particolare il signor Steve Feltham da più di vent’anni vive sulle sponde del lago cercando di trovare tracce della creatura ma senza alcuna fortuna. Anche sapendo che Nessie è considerato un plesiosauro, cioè un dinosauro acquatico, Steve ritiene che sia impossibile che un dinosauro estinto 65,95 milioni di anni fa ancora viva e pensa che si tratti invece di un pesce siluro gigantesco. Questo tipo di pesce, d’aspetto simile al pesce gatto, può raggiungere i 3 metri di lunghezza (ci sono stati avvistamenti di esemplari di addirittura 5 metri!), un peso di 250 chili ed è originario dell’Europa orientale, ma è stato avvistato anche in alcune località extraeuropee come Algeria, Cina, Tunisia e Afghanistan. Il suo habitat ideale consiste in laghi, paludi e stagni ma anche nei grandi fiumi. 

Da questa foto si può capire come il pesce siluro può raggiungere enormi dimensioni: questo esemplare è stato pescato addirittura in Italia nel fiume Po. Nonostante ciò, la teoria di Steve non sembra essere attendibile in quanto un pesce siluro non potrebbe mai generare gli avvistamenti associati al celebre mostro degli abissi sia per le dimensioni, sia per la forma, sia per il fatto che questo pesce ama vivere in profondità ma soprattutto perché il cibo a sua disposizione non potrebbe soddisfarne il fabbisogno energetico. Nel lago di Loch Ness, infatti, nonostante la sua grandezza non vive una quantità di pesce sufficiente a sfamare un mostro di tali dimensioni. Si ritiene infatti (forse esageratamente) che un pesce siluro dovrebbe mangiare almeno 72Kg di pesce per ogni chilo di peso quindi un esemplare di 250 Kg ha bisogno di ben 18000 Kg di pesci!

Secondo noi Steve sta intraprendendo questa ricerca, più che per credenza, per fama e guadagno. L’uomo infatti gestisce un sito internet chiamato Nessiehunter.com (come possiamo vedere dalla sua foto precedente nel banner presente sopra la roulotte) dove vende prodotti artigianali legati al mostro e pubblica video delle sue interviste per aumentare la sua fama. Dalle recensioni Google sembra inoltre che Steve sia diventato ormai un’attrazione turistica più che un ricercatore serio.

Ludovica Bizzoschi e Bianca Di Pirro IE
Mattia Petrini ID
Lorenzo Baisi e Valerio Ascani IA
Valerio Verga IF
llustrazioni di Ludovica Bizzoschi IE
Illustrazione finale di Elisa Hajrullai IH