martedì 14 Luglio 2020

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Tivoli II- Tivoli centro“- A. Baccelli”- a.s.2019/2020

Il mistero della palude

Dopo uno stressante inverno accettai un invito di un mio parente a passare un paio di settimane in un suo cottage sulle rive del lago Lomond.
Disponevamo di tutto quanto che normalmente può servire nelle vacanze estive; eravamo attrezzati per le passeggiate e le escursioni nei boschi, per le gite in barca, la pesca, i bagni, la musica e la lettura.
Avremmo potuto passare abbastanza piacevolmente il tempo se non fosse stato per la spaventosa notizia che ci arrivò in quei giorni: la scomparsa di un pescatore, un uomo sulla quarantina in circostanze misteriose.
Mi avventurai in una passeggiata sulle rive del lago quando mi imbattei in una vecchia, con i capelli scapigliati grigi, dagli occhi spenti e acquosi che, con fare misterioso, mi raccontò la leggenda del lago che narra della triste vicenda di una povera donna che anni addietro aveva perso tutti e cinque i suoi figli annegati nel lago a causa di una tempesta.
La giovane donna cercò disperatamente i figli e da allora non se ne ebbe più notizia.
Al tramonto di un giorno eccessivamente caldo, stavo seduto con un libro in mano, davanti a una finestra aperta lasciando errare il mio sguardo sul panorama lungo le rive del lago fino a una lontana palude, una palude cupa e circondata da arbusti e canne.
I miei pensieri si erano a lungo distolti dal libro che avevo davanti per indugiare sulla scomparsa del pescatore e alla leggenda legata al lago.
Alzando gli occhi dalle pagine, mi caddero sul fianco della palude, anzi furono attirati da un oggetto spaventoso, qualcosa come un mostro vivente di orribile aspetto che si intravedeva tra le canne.
Lo intravidi nell’ombra: era un essere mai visto prima, il suo corpo scheletrico avanzava lentamente, potei notare mani e piedi palmati per nuotare nelle acque.
La pelle bitorzoluta era dovuta agli scarafaggi che gli erano entrati nella pelle.
Aveva sviluppato una corazza di alligatore per proteggersi dagli urti.
Dalle dita uscivano artigli lunghi e affilati e dalla bocca enorme e senza gengive usciva una lingua biforcuta.
Mentre guardavo l’essere terribile e più specialmente il suo corpo, con un senso di orrore e di terrore, misti a una sensazione di sciagura incombente che mi riusciva impossibile colmare malgrado ogni sforzo della ragione, vidi l’enorme bocca spalancarsi; all’improvviso ne uscì un suono così forte e pauroso, che colpì i miei nervi come un rintocco funebre.
Quindi andai a prendere un fucile giù in cantina e quando tornai mi ritrovai di fronte una scena raccapricciante: i miei zii erano morti insanguinati a causa del mostro della palude.
I suoi artigli velenosi avevano tagliato uno per uno tutti i miei parenti lì presenti.
In preda al panico mi girai e vidi quella creatura agghiacciante mentre scivolava nelle tenebrose e putride acque della palude.
Decisi in fretta di afferrare un paio di bombole d’ossigeno e di tuffarmi nell’acqua.
Dopo un’affannosa ricerca trovai un’apertura nel punto più profondo della conca e vi entrai…
Tutto era più scuro, l’acqua aveva un sapore di marcio e la visibilità era scarsa.
Fin quando non vidi una luce che illuminava il muro su cui troneggiava imponente un nome: Helija.
Continuai il mio percorso fino ad una stanza enorme dove al soffitto erano appesi come salami i corpi di molte persone scomparse nei giorni precedenti.
La leggenda era vera…
Cercai di liberare alcune persone da quei bozzoli e riuscii nel mio intento.
Non feci in tempo a liberare la terza persona che la creatura misteriosa si avvicinò a me strappandomi le bombole di ossigeno.
Tentai invano di fuggire fallendo miseramente; dopo qualche minuto la mia vista si fece sempre più sfocata e mi iniziò a girare la testa, sentii l’acqua entrarmi nei polmoni e la mia vita uscire dal mio corpo.
Quei ragazzi che ho liberato sono morti, e sono morto anche io.

Frosini Carosi B. Cetrangolo Innocenti L.

classe 2C